Cosa vedere

ARCHITETTURE CIVILI

PALAZZO STRASSOLDO-PETEANI-CALICE (COMUNE)

Fu costruito nel 1728 per volere di un ramo della famiglia Strassoldo dove vi era il vecchio palazzo che era stato completamente demolito dalle autorità dell’Arciduca per punire Nicolò di Strassoldo, che con Marianna Music era stato complice di Lucio della Torre in vari delitti, tra cui l’assassinio della moglie di questo.

Venne in seguito acquistato dai baroni Peteani e, dopo dei passaggi ereditari, entrò tra i beni della contessa Elisabetta Beretta. Questa però fu costretta a venderlo e l’acquirente fu la famiglia Calice. Dal 1908, palazzo Strassoldo-Peteani-Calice di Farra d’Isonzo è sede del municipio. Semplice nella struttura, è costituito da due piani più sottotetto. Il piano nobile è sottolineato da cimase. Al palazzo Strassoldo-Peteani-Calice vi è annesso un bel giardino, tutelato come bene ambientale.
VILLA PARENS La Villa venne costruita nel 1860, con giardino interno e dall’ingresso tondeggiante spagnolesco, dai proprietari del mulino in località Borgo Molino. Dopo la parentesi napoleonica, il paese tornò sotto il dominio austriaco e venne annesso all’Italia solo al termine della Prima guerra mondiale. Risulta che, durante la Seconda guerra, la Villa sia stata quartier generale tedesco durante lo stazionamento in zona, per essere poi requisita, durante il periodo della Linea Morgan (giugno 45’ / settembre 47) dall’esercito Britannico come residenza personale del comandante del 59° Reggimento di Fanteria Britannica “London “, acquartierato in Gradisca e dintorni. Infatti, da Farra d’Isonzo a Trieste, la zona di occupazione Alleata era affidata agli Inglesi del 13° Corpo. Passa poi al Comando Americano che la utilizza sino al ritiro delle truppe. Ivan Petric, originario possidente di Ljubljana, la acquista nel 1942, come sede per il controllo e la gestione dell’azienda che si sviluppava, prima di essere espropriata, su 56 ha dove è poi sorta Nova Gorica. Nel 1983/’84 inizia la ristrutturazione delle cantine dove nasce il marchio “Puiatti”.

ARCHITETTURE RELIGIOSE

CHIESA DI SANTA MARIA ASSUNTA

L’antica pieve (chiesa con annesso battistero) di Farra d’Isonzo fin dal XIV secolo cominciò a svincolarsi dalla sudditanza del Patriarca di Aquileia proprio per volontà dei suoi vicari; nel XVII secolo i principi di Eggenberg si arrogarono il giuspatronato sulla chiesa di Farra e nominarono il primo parroco nella persona di Giuseppe Pollini. Nello stesso tempo, essendo divenuta troppo angusta la chiesa primigenia, il neo parroco appoggiato dalla popolazione diede il via alla costruzione di un nuovo tempio al centro dell’antico cimitero e accanto al precedente, oggi in parte adibita a sacrestia. L’edificio di stile barocco con altare maggiore “di pietra schietta”, come scritto nella supplica indirizzata al patriarca di Aquileia dalle comunità di Farra, Bruma e Villanova per ottenere il permesso di esecuzione dei lavori, venne ultimato nel 1728 e consacrato il 20 maggio 1742 da monsignor Gian Giuseppe Bonifacio Cecotti, vescovo di Pedena e delegato dell’ultimo Patriarca Daniele Delfino. La Chiesa è dedicata a Santa Maria Assunta in cielo. La chiesa a metà del Settecento era provvista di altri due altari oltre al maggiore, uno dedicato a Sant’Antonio abate e l’altro a Sant’Antonio di Padova. L’Arcivescovo Carlo Michele d’Attems visitò la chiesa nel 1753, nel 1759 e nel 1765, sempre accolto con grande entusiasmo dal popolo e dal clero, nella seconda visita venne accolto anche dai padri domenicani e dal giurisdicente del villaggio Francesco conte di Strassoldo.

Nella relazione alla seconda visita si viene a conoscenza che i due altari dedicati ai santi Antonio abate e Antonio da Padova erano stati sostituiti con due dedicati ai Santi Pietro e Paolo l’uno a cornu Evangelii e l’altro a cornu Epistolae. Come risulta dai documenti presenti nell’archivio storico parrocchiale nel 1942 il parroco Luigi Cossi ornò i preziosi manufatti settecenteschi con due grandi statue raffiguranti Pietro e Paolo Durante il primo conflitto mondiale l’edificio sacro venne danneggiato pesantemente dalle artiglierie e fu ricostruito con i contributi attenuti dallo stato centrale italiano nel 1923, come si legge dall’incartamento conservato in archivio. Il tempio fu riconsacrato dall’arcivescovo Francesco Borgia Sedej il 5 agosto del 1923. L’interno attuale della chiesa è privo di ornamenti, la volta è opera del pittore Corrado Zimolo di Sagrado mentre la via Crucis, del 1925, è opera di Clemente Costantino Del Neri che ha restaurato anche gli otto stendardi in seta provenienti dal filatoio di Farra. Sopra l’altare maggiore è stata posta nel 1930 la nuova statua della Madonna Assunta di Giovanni Moro da Udine, mentre la cornice dorata è pregevole lavoro dell’artigiano di Farra Eugenio Olivo. L’affresco battesimale fu realizzato dal farrese Cesare Tofful, al centro della facciata decorata da quattro lesene trova in una nicchia, la statua in marmo dell’Immacolata, opera giovanile dello scultore di Gradisca di Giovanni Battista Novelli coadiuvato da altri membri della sua famiglia di scultori.

CHIESA DI NOSTRO SIGNORE DEL SACRO CUORE (MAINIZZA)

La chiesetta della Mainizza fu costruita nel corso del XVI secolo su resti di strutture di epoca romana. Non vi sono fonti scritte in merito all’evoluzione storica dell’edificio; si può presupporre un rifacimento settecentesco e l’aggiunta posteriore del pronao. La chiesa nel suo aspetto attuale è frutto della ricostruzione effettuata negli anni Venti in seguito alla distruzione dell’edifico originario durante la prima guerra mondiale. Tra la metà dell’Ottocento ed il Novecento fu cambiata l’intitolazione, dall’originaria Beata Vergine Maria al Sacro Cuore di Maria. Alla fine del secolo scorso fu effettuato un intervento di restauro generale dell’edificio accompagnato da una campagna di scavo archeologico che ha interessato l’intera area su cui sorge la chiesa.

Nella chiesa del Sacro Cuore di Maria e nelle sue vicinanze furono rinvenuti numerosi materiali di epoca romana che comprendono sia resti murari, materiali epigrafici, steli funerarie ma anche monete e oggetti personali quali monili, orecchini e fibule. L’area dove sorge la chiesetta della Mainizza si trova a breve distanza dal corso del fiume Isonzo (attualmente, in seguito ad uno spostamento del letto del fiume registrato negli anni Sessanta, dista un centinaio di metri, in precedenza la distanza era minore) e in epoca romana vi transitava una delle principali arterie del sistema viario che faceva capo a Aquileia che, passando sul Pons Sontii (demolito probabilmente già nel III secolo dagli Aquileiesi), costituiva la più importante via di collegamento tra l’Italia ed i territori danubiani. I reperti venuti alla luce testimoniano che quest’area fu frequentata a partire dal I secolo d.C. fino al V secolo; essi sono riferibili ad aree sepolcrali da mettere in relazione appunto con il passaggio della via in direzione di Aquileia. Gli scavi effettuati nel corso dello scorso secolo, a partire da quello condotto nel 1933 da F. Dreossi, fecero emergere inoltre i resti murari di una struttura insediativa attribuibile ad una mansio. Il complesso era molto ampio e articolato, costituito da una pianta rettangolare dalle ingenti dimensioni con annesse tre absidi semicircolari in cui trovavano posto delle vasche da bagno; questa planimetria fa supporre ad uno stabilimento balneare romano con i locali destinati al calidarium, al tepidarium e al frigidarium ubicati nelle absidi.

È stata inoltre scoperta una base in cocciopesto a sostegno di una decorazione musiva, stando ad alcune tessere ritrovate. L’insediamento era poi arricchito da bagni, un albergo, stalle per gli animali. Fra i materiali rinvenuti nella chiesetta, almeno fino al 1880, risultava murato un rilievo raffigurante una divinità fluviale; questo potrebbe collegarsi alla presenza nei pressi o nello stesso sito della chiesa, di una piccola ara votiva, databile tra la fine del II secolo d.C. e l’inizio del III e scoperta nel 1923; il tempietto reca una dedica del primipilo L. Barbio Montano all’Aesontium, attestando l’antico nome del fiume e l’esistenza di un’area di culto al dio Aesu (da cui il fiume trasse il nome), di origine gallica e corrispondente al dio Mercurio, protettore dei commercianti e pellegrini, presente in prossimità di un luogo rilevante quale il ponte che ne attraversava il corso. I reperti lapidei ritrovati per molti anni furono lasciati addossati alla chiesetta e solo recentemente sono stati traslati al Museo Archeologico Nazionale di Aquileia e in parte al Museo di Documentazione della Civiltà Contadina Friulana di Colmello di Grotta.

La chiesa insiste su uno spazio aperto erboso rialzato dalla quota della strada, delimitato su due lati da un muretto in pietra chiuso da un cancello in ferro, sui restanti due da un filare di cipressi. L’edificio è orientato ad Est e presenta una configurazione planimetrica molto semplice consistente in un’unica navata longitudinale e in un presbiterio a base quasi quadrata. A sinistra del presbiterio vi è la sacrestia.

Tutte le murature sono in pietrame. La facciata principale, a capanna, è intonacata e tinteggiata di colore beige; è preceduta da un pronao a base quadrata, costituito da una copertura a tre falde impostata sopra una trabeazione continua che su un lato poggia sulla facciata, sul lato libero insiste su due colonne; sul fronte principale il fregio porta inscritta la dedicazione alla Nostra Signora del Sacro Cuore. Al centro della facciata si apre il portale d’ingresso, inquadrato in pietra. La facciata è conclusa da un campaniletto a vela in mattoni con bifora. Il resto dell’edificio presenta la muratura a vista: in origine la chiesa era interamente intonacata ma tra gli interventi effettuati nel restauro di fine anni Novanta vi fu l’asportazione dello strato d’intonaco; le pareti laterali sono lisce e presentano un’apertura rettangolare su ciascun fianco in corrispondenza della navata ed una sul solo fianco destro nel presbiterio.

La copertura della chiesa è a due falde con manto esterno in coppi. All’intradosso, nella navata la struttura a capriate lignee, che formano tre campate, travetti e tavelle policrome è a vista, mentre il presbiterio è sormontato da una volta a botte a sesto acuto.

Il campanile è a vela e si erge sopra la facciata; realizzato in mattoni, presenta una bifora ad arco a tutto sesto in cui trovano posto due campanelli.

L’interno della chiesa presenta le pareti lisce, intonacate e tinteggiate di colore rosa tenue, sopra un basamento dipinto a finto marmo grigio lungo tutto il perimetro della navata. La pavimentazione è realizzata in palladiana, con due cornici in marmo nero e rosso che inquadrano gli ambienti ed il disegno di una croce in marmo nero nella navata. Nella navata il sottomanto di copertura è decorato con un motivo floreale stilizzato alternato bianco su fondo rosso e viceversa. A destra dell’ingresso vi è un’acquasantiera in pietra il cui sostegno è realizzato con pietre recuperate dalla struttura del vicino ponte romano che collegava le due sponde dell’Isonzo. Un arco ogivale preceduto da due gradini in marmo rosso separa

la navata dallo spazio presbiterale. Una cornice orizzontale dipinta con medaglioni floreali con l’iscrizione JHS segna il piano d’imposta della volta; lateralmente, entro due lunette, sono dipinti i simboli del pane e del vino; queste ultime sono raccordate da una linea rosa che va a formare, assieme ad un’altra che percorre il colmo dalla volta, i due bracci della croce al cui centro è rappresentata, entro un occhio circolare, la colomba dello Spirito Santo; nella parete di fondo invece è rappresentato l’agnello del Risorto.

Lo spazio presbiterale è delimitato da una balaustra lignea con cancelletto in ferro ed è occupato dall’altare maggiore, addossato alla parete di fondo. L’altare è anch’esso ligneo dipinto a finto marmo di colore bianco e rosa, presenta una struttura a mensa impostata su un basamento di due gradini; sopra la mensa insiste il tabernacolo inserito in una sorta di portale ad arco con ali laterali, su cui è collocata la statua della Vergine con il Bambino.

CHIESA DEI SANTI PIETRO E PAOLO (VILLANOVA)

La chiesa originale era in stile romanico e risaliva al 1499. Trovandosi in prossimità del fronte, fu distrutta nel 1915 durante le prime operazioni belliche della Prima Guerra Mondiale, dall’artiglieria.
Venne ricostruita nel 1926 sul medesimo luogo, con pietra faccia a vista. Nel 1975 venne restaurata in occasione del passaggio di proprietà dal Comune alla parrocchia.

La chiesa dei Santi Pietro e Paolo all’interno conserva un tabernacolo di Giovanni Battista Novelli del 1930 circa, commissionato dai conti Frova, allora proprietari della chiesa.

CHIESA DELL’IMMACOLATA CONCEZIONE (BORGO ZUPPINI)

Piccola cappella eretta dal 1665 al 1669 dal conte Giovanni Battista Zuppini come voto per la guarigione da una malattia. Restaurata nel 1875 e nuovamente benedetta nel 1921 dall’allora cappellano don Francesco Spessot, probabilmente dopo la riparazione dei danni subiti nel corso della Grande Guerra. Originariamente di proprietà privata della famiglia dei conti Zuppini, appartiene dal 1924 alla Chiesa Parrocchiale di Farra d’Isonzo. Un discendente del fondatore, deceduto nel 1778 è tumulato nella cappella. Attualmente è in stato di completo abbandono. Dal soffitto si sono staccati frammenti d’intonaco, probabilmente a causa di infiltrazioni d’acqua provenienti dalla copertura dissestata. L’umidità di risalita ha danneggiato gli intonaci interni. Anche quelli esterni della facciata, priva di cornicione, risultano interessati da umidità di risalita. E’ interdetta all’utilizzazione pubblica per lo stato precario delle sue strutture. Necessità di un intervento urgente di restauro, o almeno di riparazione della copertura e contemporaneo controllo strutturale del tetto. La chiesetta dovrebbe essere riaperta al culto, perché tradizionalmente ivi si svolgeva la cerimonia della Benedizione dell’Ulivo nella Domenica delle Palme, per poi, in processione, raggiungere la Parrocchiale. La Benedizione ha tuttora luogo, ma, data l’inagibilità della cappella, al suo esterno. Nonostante l’incuria della Parrocchia proprietaria, la chiesetta viene ancora considerata dalla comunità di Farra d’Isonzo come memoria della fede dei propri avi. La cerimonia della Benedizione delle Palme, che continua ad essere ivi celebrata, testimonia questo legame tuttora profondamente sentito.

MUSEO DELLA CIVILTA’ CONTADINA FRIULANA

Il nucleo rurale del Colmello di Borgo Grotta risale agli ultimi anni del ‘700, voluto dagli Strassoldo, ricchi possidenti di Villanova, per ospitare una decina di famiglie di coloni. Attorno alla corte centrale possedeva stalla e fienile, rendendosi così una realtà autosufficiente, fino agli inizi degli anni ‘60 del ‘900.

Non solo è un esempio di architettura rurale, ma rappresenta anche l’evoluzione del modello di vita e dell’economia nel mondo agricolo di quel periodo.

Il legame fra economia, territorio ed architettura favorirono la scelta di destinare quel borgo a divenire un museo della civiltà contadina friulana. Il museo nacque per statuto nel 1981; poco dopo il 1984 iniziarono i lavori di restauro degli edifici con i contributi di Provincia e Regione. Nacque così un museo che voleva studiare la vita ed il lavoro delle famiglie contadine; non un museo deposito, ma vivo, in cui ogni oggetto ed ogni azione avessero una loro identità ed una loro funzione all’interno di un contesto storico e sociale.

Il periodo considerato era quello dell’’800 e del ‘900, in un contesto geografico che copriva prevalentemente il Friuli goriziano, ma coinvolgeva il basso Friuli, il Goriziano e parte del territorio sloveno.

Diverse sono le sezioni del museo: alcune ripropongono ambienti domestici, come la cucina, la camera da letto e la cantina, altre presentano botteghe artigiane, come quella del fabbro-maniscalco e del falegname, del bottaio-carraio e del calzolaio. Altre sezioni indagano su aspetti del mondo contadino o della società dell’epoca, come i pesi e le misure, la nascita delle casse rurali, la religiosità popolare, i cicli delle colture, l’allevamento dei bachi da seta, l’impagliatura della sedia.

Il museo è stato inaugurato nel 1993 ed aperto al pubblico, anche con la pubblicazione di un ricco catalogo. Negli anni successivi sono state aperte nuove sezioni e create nuove pubblicazioni.

Le scuole dell’infanzia e primarie, le scuole medie e superiori, l’università, il comitato scientifico e degli esperti, le relazioni con altri musei e la partecipazione a convegni e mostre, hanno permesso di favorire la crescita del museo in tutte le direzioni.

MUSEO DELL’AUTOMOBILE E DELLA TECNICA

La facciata del museo dell’automobile e della tecnica di Farra d’Isonzo ripropone quella della prima fabbrica Ford in Italia (Trieste 1923-1931). All’interno si possono ammirare 60 automobili (1897-1972), 40 motociclette (1912 – 1976), ma anche biciclette. Tra le radio anche la prima costruita da Marconi, e ancora radio civili e militari fino a quelle per la ricezione satellitare, grammofoni Edison e a filo, telegrafi, telescriventi, telefoni, ecc. Nel museo dell’automobile e della tecnica è riprodotta la prima catena di montaggio, in 5 fasi, utilizzata per l’assemblaggio della leggendaria Ford mod. “T”. Il pezzo più antico dell’esposizione è rappresentato da un’automobile Cleveland a trazione elettrica. Durante la visita è possibile chiedere dimostrazioni sul funzionamento di alcuni macchinari e strumentazioni.